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10 domande a Annalisa Strada
Scritto da Leggere Leggerci   

Annalisa Strada è una donna del suo tempo che abilmente si destreggia tra lavoro, famiglia, passioni, interessi. Il suo vivere dentro il mondo lo si respira in ciò che scrive, insieme all’entusiasmo con cui reagisce a ciò che le accade intorno, si tratti di grandi avvenimenti o del ritorno di un profumo caro nell’aria.

Autrice di numerosi libri per ragazzi pubblicati da diversi editori, che sono un riuscitissimo connubio tra impegno sociale, didattica e ironia, (San Paolo: “Guarda che faccia!” insieme a molti altri per la collana “I Sentimenti a colori”; Ape Junior: “Enrica la formica senza sedere”, “Enrica la formica senza sedere – Ribelli al formicaio!” “Enrica la formica senza sedere - Sempre la solita cicala”; Arka: “Chi ride in giardino?”, solo per citarne alcuni), sembra avere il dono naturale di non rinunciare mai a divertirsi e a divertire il suo pubblico.

Proprio questa rara capacità di raccontare la società di oggi senza dare mai l’impressione di ergersi a maestrina dispensatrice di grandi verità e buoni consigli, ha suscitato la nostra curiosità, ampiamente soddisfatta dalle sue risposte generose e senza filtri, condite da una sana dose di autoironia. Per continuare a conoscerla e a divertirvi con lei, segnaliamo http://annalisastrada.splinder.com/:  “un sito web a metà strada tra un diario e un personal magazine”.

Nei tuoi libri per ragazzi affronti spesso temi di carattere sociale: in che modo riesci a mantenere l'equilibrio tra messaggio, forma e intreccio?

I ragazzi sono curiosi, vedono la realtà e fanno domande diverse da quelle che si pongono gli adulti tra loro. Non ho la pretesa di avere risposte sempre valide, ma parlare di ciò che accade fa sentire i ragazzi partecipi, soprattutto se non ci si mette in testa di fare una lezione ma di parlarne come si fa tra amici: un argomento di conversazione come un altro. Per di più, anche gli editori sembrano più attenti a questi temi e mi è capitato più d’una volta che, potendo scegliere tra due testi, uno di sola fantasia e uno che ingloba (anche solo in sottofondo) un tema sociale, l’editore preferisca il secondo. Forse dovrei interrogarmi sulla mia fantasia! Per mantenere equilibrio tra messaggio, forma e intreccio (quando riesco), a parte un massiccio ricorso alla metafora, cerco di dimenticarmi di cosa sto parlando, per perderlo tra le righe come un disegno in texture. Mi sforzo di ingannare me stessa per non tradire i lettori rifilando loro un mappazzone. Il giorno in cui accadesse, per favore, fermatemi. 

C'è un obiettivo che persegui quando scrivi, indipendentemente dal genere o dalla storia con cui sei alle prese?

Ho obiettivi poco nobili: quello in testa alla mia personale classifica è intrattenere. Direi che, più che un obiettivo vero e proprio, ho un proposito: non lasciare che il lettore si distragga. Una cosa che faccio sempre, a dire il vero un po’ patetica, è la lettura ad alta voce del testo finito. Cerco di “ascoltare” se “suona” o “stona”. Se chi legge ha deciso di passare un po’ di tempo con me (scelta di cui gli sono pure grata) vorrei non si annoiasse e, magari, imparasse a trarre conclusioni proprie.

Cosa ti interessa che arrivi ai tuoi lettori?

Vorrei che i miei lettori, almeno quelli più grandi, acquisissero un incantevole disincanto: la fantasia suggerisce sempre ottime risposte a chi guarda la realtà da un punto di vista proprio. Credo si chiami pensiero creativo divergente. Spesso è una salvezza. I più piccoli vorrei apprezzassero l’amore per la responsabile unicità e la condivisione. L’ho detto con parole altisonanti, che dovrei semplificare in un lungo fraseggio, e allora diventerei noiosa e confusa.

L'ironia è la cifra stilistica dei tuoi testi, ma è anche una modalità del racconto che si arriva a cogliere e ad apprezzare in una fase abbastanza avanzata dello sviluppo evolutivo e cognitivo. Che tipo di ritorni hai dai ragazzi con cui lavori e che ti leggono?

L’ironia è il mio cruccio: croce e delizia, non me ne libero! E’ come se il mio Super Io me la imponesse: una sorta di regolatore per stare alla larga dalla seriosità, dal autoreferenzialità e dalla didattica, tutte cose che mi spaventano molto ma so in agguato. In effetti, i ragazzi colgono l’ironia solo crescendo e, del resto, ho scritto soprattutto per ragazzini mediamente grandi, almeno al di sopra degli otto anni. Quando ho messo mano a storie rivolte ai più piccoli ho sempre prestato attenzione a tradurre in concreto l’ironia, cioè a metterla in una dimensione e in una modalità note al lettore. Per esemplificare in crescendo d’età: Enrica di “Enrica la formica senza sedere” ha la propria ironia nella sua fisicità anomala e nell’uso che ne fa; Vespasiano di “Come sono contento!” (nella collana I Sentimenti a colori incarna la soddisfazione) ha l’ironia nel nome e in come lo gestisce; Mastino Machiavelli o gli ZumPaZum, che sono per lettori più grandi, vivono situazioni borderline che guardano con ironia grazie allo straniamento. Insomma, credo che l’ironia, il sarcasmo, l’irriverenza, il sorriso siano astrazioni che possono trovare un veicolo concreto che le traghetta anche ai più piccoli. Premessa questa precauzione che prendo rispetto alla fruibilità del testo, i ritorni sono stati fin ora buoni, direi molto gratificanti: io e i miei lettori proviamo maggior simpatia per gli stessi personaggi. Anche se non tutto arriva subito, da qualche parte si sedimenta e resta. Vorrei non fosse solo una frase rassicurante: io ci credo.

Tu, tra l'altro, insegni. Quale ti sembra essere lo stato dell'arte della conoscenza della letteratura per ragazzi e della sua diffusione nella scuola?

Forse dovrei chiedere di passare a un’altra domanda… non sono sicura di riuscire a essere politicamente corretta (il politically correct non è per niente nelle mie corde). In base alla mia esperienza, la scuola e la letteratura per ragazzi viaggiano sui binari paralleli di una vecchia ferrovia: ci sono solo poche valide traversine a tenerli insieme e sono i (troppo) pochi insegnanti (molto) attivi che portano in classe i libri nuovi, che tengono viva l’attenzione sulla vastissima offerta che il settore offre. E’ ovviamente giusto e dovuto che i classici occupino un loro spazio, determinante, ma l’accesso ai classici per i ragazzi non è facile: sono condizionati dalla fruizione di sistemi di comunicazione che non li educano alla complessità del linguaggio e della trama. Questo però non fa dei ragazzi dei distratti incapaci, le loro capacità sono solo muscoli che crescono con l’esercizio: gli ottimi testi che la libreria offre per loro parlano un linguaggio più semplice e affrontano argomenti che li coinvolgono, quindi sono in qualche modo la naturale premessa ai classici, perché fanno assaggiare il piacere di leggere e allenano il gusto. A parte il fatto che sono testi belli in senso assoluto. Purtroppo, questo passaggio non mi sembra venga tenuto in nessun conto dai docenti. Incide anche il fatto che alcuni docenti siano spesso lettori fossili, che non si capacitano di come i ragazzi non possano apprezzare la bellezza di un testo che piacque loro all’età dei propri studenti. Ma il killeraggio scolastico del piacere di leggere passa anche attraverso vari altri canali: l’analisi estenuante dei testi, del linguaggio, dei personaggi… Se dovessi fare l’analisi chimica del tiramisù ogni volta che lo mangio, lo scarterei dal mio menu. Non capisco perché gli studenti debbano essere coerciti all’anatomia meccanica di un libro e poi non disamorarsi della lettura. Magari qualcuno sopravvive a questo esercizio, ma molti meno di quelli che potrebbero diventare lettori. Preciso: l’analisi del testo serve ed è utile e opportuna, ma con la modalità dovuta. Se poi l’insegnate, come troppo spesso accade, è un lettore debole e chiede ai ragazzi di leggere si raggiunge l’apice del paradosso: come prendere lezioni di nuoto da chi non ama stare in acqua. Non si può andare lontano. Certo, meglio così che non leggere affatto. Ma, ribadisco, i docenti che sanno e amano leggere e trasmettono questo piacere ci sono e dovrebbero essere considerati patrimonio dell’umanità.

Quali, a tuo avviso, possono essere in questo momento azioni efficaci di promozione del libro e della lettura dentro la scuola?

L’insegnamento vero, a mio avviso, passa attraverso l’amore per quel che si insegna, qualsiasi sapere si stia trasmettendo. Suona retorico e stantio, ma per me è una verità cardinale. Il piacere di leggere va trasmesso facendo capire che cosa di bello c’è in un libro, considerando che il libro può essere il contenitore di molte cose diverse. Forse un metodo efficace è anche solo parlare di libri raccontando quel che si è letto, consigliare un titolo come si consigliano un video gioco o una pasticceria di fiducia, rendere normale la presenza di libri in classe, frequentare e far frequentare la biblioteca o la libreria, incuriosire su trame e personaggi… strategie generali che a dirle sono labili, ma solo perché qui la pratica val più della grammatica. Di certo bisogna usare un approccio graduale e mirato non tanto all’età anagrafica dei ragazzi, quanto alla loro età di lettori, che possono anche essere discrepanti. In questo senso la mia esperienza di insegnante mi ha insegnato molto: in aula ho imparato che nella lettura fare salti bruschi è controproducente. Anzi, dovrei chiedere scusa ai miei primi studenti…

Tra le tue esperienze c’è anche l’adattamento dei classici per uno dei protagonisti della letteratura italiana per l’infanzia più amati dai bambini; cosa ti ha insegnato questo lavoro?

E’ stata un’esperienza interessante. Mi sono sempre ripromessa di essere fedele all’autore, senza tradirne il registro, i contenuti, le intenzioni; semplificando senza tradire. Le mie riduzioni sono state riduzioni in scala, non falcidie. Questo mi ha obbligato a leggere più volte e attentamente gli originali, in un’esplorazione dalla quale ho imparato molto.

Percepisci segnali di cambiamento nel settore dell'editoria per ragazzi?

Sono chiaramente condizionata da un battagliero spirito di parte, ma credo che il settore per ragazzi sia tra i più dinamici. Si prende, ed è scontato, i suoi innamoramenti di genere, ma è giusto e naturale, oltre che dovuto per la sua sussistenza economica. A questa vitalità contribuiscono alcuni marchi grandi e medi che fanno scelte coraggiose e alimentano le librerie in maniera interessante, ma anche l’incessante attività di tanti piccoli editori che fanno un lavoro prezioso di ricerca e scouting.

C'è un libro che vorresti aver scritto?

Tanti!!! Quando leggo, ho attacchi di invidia apoplettica, ma sono salutari: mi spronano a essere critica con me stessa. Certo, diciamo, se la scelta fosse libera e assoluta mi abbandonerei al delirio di onnipotenza e direi: l’Odissea! (Giusto perché se dicessi la Bibbia mi scomunicherebbero…) Ma, per essere seri, cito tre titoli recenti: “Le lacrime dell’assassino” (Anne-Laure Bondoux, San Paolo), “La manutenzione della vita vera” (Debra Adelaide, Salani), “Il bambino di Noè” (Erich-Emmanuel Schmitt, Rizzoli) e mi fermo, ma la lista sarebbe lunga lunga lunga e includerebbe “Tre uomini in barca” (Jerome K. Jerome, Feltrinelli). Ok, avevo detto che finivo. Aggiungo solo “Il destino si chiama Clotilde” (Giovanni Guareschi, Rizzoli). Basta.

Cosa bolle in pentola per il futuro?

Per ora sono certe due uscite (sono scaramantica e altro non cito), a cui sono tenacemente affezionata. A fine ottobre sarà in libreria “Gli ZumPaZum e la Terra perduta”, pubblicato da Città Aperta con le illustrazioni di Nino Cammarata; a febbraio uscirà “Fino all’ultima mosca” edito da San Paolo e con le illustrazioni (che mi piacciono molto!) di Francesco Mattioli. Gli ZumPaZum sono un popolo che al posto del naso ha una trombetta e per comunicare le proprie emozioni suona. Ad un tratto, però, iniziano a steccare paurosamente: colpa dell’ambiente inquinato. Per risolvere la situazione il protagonista parte alla ricerca dei quattro elementi, ma sono fatti suoi! I quattro, infatti, sono infuriati…
“Fino all’ultima mosca” è il primo titolo della serie “Laboratori scientifici Mastino Machiavelli.” Mastino è uno scienziato vecchio, preparatissimo, ma un po’ distante dalla realtà. Infastidito dalle mosche, trova un modo spettacolare per farle sparire dalla faccia della terra. Purtroppo, però, ha trascurato le mucche. Qual è l’unico esercizio fisico che le mucche fanno? Muovere la coda per scacciare mosche e parenti delle mosche! Le mucche, forzatamente immobili, ingrassano troppo e non producono più latte… si scatena così una crisi mondiale che Mastino è chiamato a risolvere. E, ovviamente, non manca un pericoloso antagonista.
Io mi sono divertita e mi auguro che si senta.

Grazie!

Per gentile concessione di Annalisa Strada

29 settembre 2009